"Al Maestro, ai Maestri, alla Vita,
a questa Giostra, al nostro Piano:
sia fatta la tua, che è anche mia, volontà
C'è una sonora differenza
tra calcare un piano
ed accogliere il proprio Piano;
ci sono anche somiglianze,
a ben vedere,
pietre angolari in comune:
entrambi esercizi
a volte pesanti, a volte piume,
alla ricerca di equilibrio,
del centro di gravità permanente,
buon sangue non mente,
si tratta sempre di sessioni,
di libero arbitrio,
checché ne dica la gente.

Ce la si prende con il fato
come se lo spartito fosse imposto,
mentre la musica che viene fuori
son le note, e gli accordi,
cui diamo spazio,
proprio come si da l'acqua,
o ci si dimentica, ai fiori.
Siamo solo noi alla tastiera,
a calcare i tasti bianchi e quelli neri;
vogliamo che la musica sortisca
esattamente come vuole la mente,
innamorati, alle volte di un certo risultato,
invaghiti all'idea del plauso della gente.
Nell'altro modo,
seduto al nostro fianco,
c'è un Maestro più saggio,
con cui ci siamo accordati da tempo,
anche se ora non lo ricordiamo, anche se talora non lo accogliamo.

Il Maestro si chiama anche al femminile: Vita;
si chiama in tanti altri modi,
a ben osservare,
assume forme e sembianze
a seconda delle circostanze.
Non suona mai al posto nostro,
semplicemente ci accompagna
ancor meno ci fa dispetto;
siede composto, paziente,
ci può apparire esigente,
ma è solo un errore della mente
che se la prende con chi gli scombussola il suo piano.
Il bello è anche che è composto della nostra stessa sostanza,
altra comunanza che
capita ci sfugga:
è infinitamente amorevole,
non pone condizioni,
ci ha donato la libertà perché ne facciamo uso non perché recitiamo a comando,
attori, attrici, a torto o a ragione,
qui in questo campo,
che sia di concentramento
o di concentrazione,
per fare l'amore o la guerra,
per suonare o giudicare,
per ripeterci nei nostri errori,
per ripetere ingigantiti i torti subiti,
o per liberarcene,
per fare sconquassi degli altri e di noi stessi,
o per dare l'esempio con i fatti,
per calcare un piano,
per accogliere il nostro piano.

La Vita ci ha fatti:
liberi di prendere steccate,
può capitare,
di restare nei recinti confortevoli,
succede,
nelle gabbie della mente,
di suonare o recitare lo spartito
che va di moda,
di sbattere i pugni sul tavolo
di parlare con carezze,
di pronunciare silenziosamente
ti amo, mi dispiace, perdonami, grazie
di mettersi in coda, accalcati,
tutti i santi giorni, per applaudire ai ritrovi dove solitamente si sta
ai nostri tempi,
mica come nei concerti di salteri
lassù in montagna;
liberi di tendere alla sinfonia,
se non capita ora capiterà,
facendo esercizio,
prestando ascolto,
mettendo alla porta i consigli sottintesi di traverso,
andando incontro,
padri verso il nostro figliol prodigo interiore,
accogliendo sempre più,
un giorno alla volta,
un giro di giostra alla volta,
il nostro vero Piano,
e così suoneremo di certo,
di nuovo, in pienezza
il nostro unisono concerto.
Valerio Cicchiello,
Bergamo li 23 luglio 2025

Valerio Cicchiello è autore del libro
TRACCE D’ANIME, Silloge poetica
Editore L'inedito letterario
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